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Trentasei Volte Niente

I fotografi hanno tutti dei rimpianti, più o meno pesanti. Non c'è motivo che noi sfuggiamo alla nostra umanità. Il più delle volte, si tratta di foto che non sono state scattate. Per me, è il contrario. O quasi.

Per questo bisogna tornare ai miei quindici anni e alla mia prima reflex, una Nikon FM. Tutto era manuale, e scattare una fotografia esigeva un approccio del tutto diverso. Essendo limitato il numero di pose, ogni scatto doveva essere pensato. Era una vera e propria messa in scena, ad anni luce dall'istantaneità delle mie flânerie di oggi.

Mio padre, il maggiore di undici fratelli e sorelle, non aveva potuto andare a scuola. Ciò che dovette fare per aiutare a sfamarli meriterebbe un libro, che forse scriverò un giorno. Suo padre era invalido a causa di una ferita di guerra del '14-'18, sua madre più che indigente, e ogni giorno bisognava trovare di che sopravvivere.

Dickens avrebbe potuto scrivere una saga sul Veneto di allora, e non ne dirò di più. Sappi soltanto, lettore, che mio padre fu l'unico dei figli a soffrire di rachitismo per le carenze accumulate, poiché la sua priorità era sempre rivolta agli altri. Dall'alto dei miei quindici anni, ignoravo che questo atteggiamento, questa rinuncia, avrebbero illuminato tutta la mia vita. L'ho capito solo molto più tardi.

I nostri momenti di complicità erano rari. Risate incontenibili nei luoghi meno adatti, sotto lo sguardo severo di mia madre. Una domenica di aprile, gli chiesi una seduta di posa: un intero rullino, trentasei foto. Si prestò con grazia, accettando tutte le contorsioni e le pose che gli imponevo, anche le più incongrue.

Per un'ora, scattai senza contare, io che da mesi soppesavo ogni singola inquadratura. Su una FM, la manovella di riavvolgimento gira quando si arma il rullino. A ogni gesto, la vedevo restare immobile. Lui non poteva vederlo.

Quando avemmo finito, gli rivelai lo scherzo che gli avevo giocato: avevo dimenticato di caricare la pellicola. Avevo qualche timore, ma scoppiò a ridere. Resterà uno dei nostri più grandi ricordi comuni.

Quest'uomo di poche parole, privato della scrittura, mi diede allora una grandissima lezione: non fare le cose per un risultato o un'attesa, ma vivere l'istante, e se possibile riderne, ancora e sempre. Aveva appena posato un'ora per niente. Un'ora non pesava molto, lui lo sapeva meglio di chiunque altro, e ne rideva.

Mi aveva fatto un regalo che non sapevo di aver ricevuto, e che ho passato anni a cercare altrove.

Allora vedi papà, dopo decine di migliaia di fotografie, le brucerei tutte per una sola di quelle che non ho scattato quella domenica pomeriggio.

fine

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