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Giaceva lì, in mezzo agli scaffali che esigevano una perpetua dimostrazione di vita, quell'oggetto d'imitazione con le ginocchia ripiegate. Non era la nudità della plastica, né l'assenza di un'anima, a trattenere lo sguardo, ma l'ombra di una giuntura sul suo volto levigato, quella certezza di una maschera.
Il manichino aveva svolto troppo bene il suo compito. A forza di osservare la clientela, non si era limitato a riprodurre una posa, ma aveva ereditato il vincolo stesso. Portava ormai il fardello della rappresentazione, quella necessità umana di essere sempre qualcos'altro rispetto a ciò che si è veramente.
La sua immobilità non era più un incidente di fabbricazione, ma una resa. Assomigliava al cliente stesso, seduto nel medesimo silenzio, in cerca della stessa impossibile tregua dietro l'artificio sociale.
L'inquietante somiglianza non era più questione di cera o di resina, ma di riconoscimento. Il manichino aveva finalmente avuto accesso all'umano, adottandone la più grande menzogna: essere qualcosa d'altro da sé.